Domenica 18 Gennaio 2026

Marina Abramović è una delle artiste contemporanee più in vista ed è considerata la fondatrice della performance art. Con le sue leggendarie apparizioni ha scritto la storia dell’arte moderna e a 79 anni di età (ne compirà 80 a novembre) continua a sorprendere. Una nuova occasione per un incontro ravvicinato con lei ci è offerto dall’Albertina Modern di Vienna, che, in collaborazione con il Bank Austria Kunstforum, presenta fino a marzo una prima grande retrospettiva dell’artista in Austria.

Marina Abramović è una donna serba (nata nel 1946 a Belgrado) naturalizzata statunitense. Dagli esordi nella sua città natale degli anni ’70, nel corso di una carriera lunga oltre cinquant’anni, ha saldamente affermato la performance come genere di arte visiva. Già nel 1978 fece la sua prima apparizione a Vienna, in occasione dell’International performance festival. La mostra attuale, curata in collaborazione con il Kunstforum Wien, offre una panoramica completa della sua opera. Il focus della presentazione all’Albertina Modern è sulle ricostruzioni delle performance storiche, che saranno presentate quotidianamente per tutta la durata della mostra. La performance art ha una lunga tradizione a Vienna e l’Azionismo ne è la manifestazione più nota.

La prima serie di performance di Abramović, Rhythm, combinava concetto e fisicità, resistenza ed empatia, complicità e perdita di controllo, passività e pericolo. Si trattava già di tempo, silenzio, energia e della maggiore consapevolezza evocata dalle performance di lunga durata: temi che attraversano l’intera opera dell’artista. Per lei, il corpo era sia soggetto che mezzo. Esponendosi al dolore, all’esaurimento totale e al pericolo, continuava a spingere i propri limiti fisici e psicologici, sempre alla ricerca di una trasformazione emotiva e spirituale.

Dal 1976 al 1988 si è esibita insieme all’artista tedesco Ulay (deceduto nel 2020 e suo compagno di vita fino al 1988). Dopo la separazione ha creato opere personali che prevedono una maggiore interazione con il pubblico, oggetti che invitano alla partecipazione e performance. Una di queste, intitolata “The artist is present”, è avvenuta nel 2010 al Museum of modern art di New York. In quell’occasione Abramović diede ai visitatori l’opportunità di sedersi a turno di fronte a lei a un tavolo per un minuto di silenzio ciascuno, otto ore al giorno per quasi tre mesi. Fu la performance che la fece finalmente conoscere a un vasto pubblico.

Per la retrospettiva di Vienna le sale sono state allestite secondo un progetto espositivo creato in collaborazione con l’artista. Sono dedicate ciascuna a un tema specifico come la partecipazione, il comunismo, i limiti del corpo, l’energia della natura o l’illuminazione. Le sale includono i primi lavori creati a Belgrado, le prime performance personali, la sua collaborazione con Ulay e le leggendarie performance congiunte, i 4 Transitory objects for human use, che invitano alla partecipazione e che hanno segnato l’inizio della sua seconda carriera da solista, la spettacolare performance “Balkan Baroque”, per la quale ricevette il Leone d’oro alla Biennale di Venezia del 1997, oltre a opere video e scultoree più recenti. Sarà inoltre esposta la sua installazione Four crosses del 2019. Quattro performance sono riproposte dal vivo: Imponderabilia, Luminosity, Nude with skeleton e Art must be beautiful.

La mostra è ospitata nel palazzo dell’Albertina Modern, che è una “succursale” dello storico palazzo dell’Albertina, ed è organizzata in collaborazione con il già citato Kunstforum Wien e con la Royal academy of arts di Londra. Curatrice è Bettina M. Busse. Potrà essere visitata fino al 1. marzo, tutti i giorni dalle 10 alle 18 (da sabato a martedì fino alle 21).

[Con il contributo del Museo dell’Albertina]

NELLA FOTO, la performance di Marina Abramović intitolata “The Hero”, in omaggio al padre combattente partigiano. L’artista regge una bandiera bianca che sventola al vento. Rimane seduta lì per un periodo di tempo indefinito, con lo sguardo fisso nel vuoto, mentre, con una voce femminile fuori campo intona l’inno nazionale jugoslavo dell’era di Tito, vietato negli Stati divenuti indipendenti dopo la disgregazione della Federazione.

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