
L’Austria si trova alla vigilia di una nuova emergenza profughi, che potrebbe diventare esplosiva. Dall’Ungheria ne arrivano 400 al giorno, un numero non paragonabile a quelli che arrivavano nel 2015, ma che si aggiungono ai già presenti. Nei centri di accoglienza e negli altri alloggi finora utilizzati per dar loro ospitalità i posti sono ormai esauriti e il Ministero degli Interni ha incominciato a montare tendopoli per dare un minimo di protezione ai nuovi venuti. Le reazioni della popolazione e delle amministrazioni locali non sono mancate e potrebbero degenerare. Per il 26 ottobre, giornata della Festa nazionale (corrisponde al nostro 2 giugno), è annunciata una manifestazione di protesta in Alta Austria, che potrebbe portare al blocco della Westautobahn, l’asse autostradale più importante del Paese, che collega Vienna a Salisburgo, passando per Linz.
I punti di ingresso più frequentati sono quelli del Burgenland, al confine con l’Ungheria. Di qui dall’inizio dell’anno si sono registrati già 55.000 ingressi. Se si considerano anche gli stranieri arrivati dalla Slovenia e dalla Slovacchia il numero sale a 75.000 circa. Sono più degli immigrati sbarcati finora in Italia nel corso di quest’anno. Con la differenza, però, che l’Austria ha meno di 9 milioni di abitanti. È come se quei 75.000 profughi si fossero concentrati tutti in una regione delle dimensioni della Lombardia.
Nel numero dei nuovi arrivati non sono considerati i profughi dell’Ucraina (circa 60.000), che si trovano in Austria con un permesso di soggiorno e che non hanno chiesto asilo, perché sperano di tornare in patria a guerra finita. Quelli che ora cercano ospitalità in Austria sono soprattutto siriani e afghani, come nel 2015, cui si sono aggiunti indiani, tunisini e pachistani, che peraltro non hanno alcuna possibilità di ottenere asilo.
Il flusso di questi ultimi rappresenta un fenomeno nuovo, imputabile alla Serbia, che ha scarsità di manodopera per le sue aziende e che dal 2017 ha concesso il visto d’ingresso a lavoratori provenienti dall’Asia e dall’Africa. Questi, una volta in Serbia, sono avvicinati da trafficanti che li convincono della possibilità di trovare condizioni migliori di vita e di lavoro in altri Paesi dell’Ue. L’aumento dei passaggi clandestini alla frontiera del Burgenland si spiega in questo modo.
Le proteste dei Paesi Ue non sono mancate. In questo contesto si inserisce anche l’incontro avvenuto Budapest ai primi del mese tra il cancelliere austriaco Karl Nehammer, il padrone di casa Viktor Orban e il premier serbo Aleksandar Vucic. Quest’ultimo ha promesso controlli più rigorosi per gli ingressi in Serbia, ma solo da fine anno. Questa è una buona e una brutta notizia per l’Austria. Brutta perché il ministro degli Interni di Vienna, Gerhard Karner, teme un “Torschlusspanik”: teme, cioè, che l’annunciata “chiusura delle porte” per fine anno scateni il panico tra i passeur, che sarebbero così indotti ad accelerare i trasferimenti nei mesi da qui a dicembre, alimentando una nuova ondata di ingressi in Austria come quella del 2015.
La decisione di allestire tendopoli nasce da questo timore. Al reperimento di alloggiamenti meno precari avrebbero dovuto provvedere i Länder, ma ciò non è avvenuto. All’inerzia degli amministratori locali non può sostituirsi lo Stato, che può soltanto montare tende su terreni di sua proprietà, come infatti sta già avvenendo in alcuni Länder. Vi saranno sistemati i profughi maschi adulti, in modo da riservare a donne e bambini un’ospitalità più confortevole. Una prospettiva non proprio rosea, mentre si sta avvicinando al stagione fredda.
NELLA FOTO, la tendopoli in allestimento a Thalham in St. Georgen, nell’Attergau (Alta Austria).
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