Mercoledì 22 Maggio 2024

06.12.31 056 Vienna, Haus Haas e il duomo di S. StefanoLa Chiesa austriaca sta perdendo le sue pecorelle. Si dirà: accade ovunque così, è un fenomeno dovuto alla progressiva secolarizzazione della società. Certo, ma soltanto in Austria, in Germania e in alcuni cantoni svizzeri lo si può anche misurare con precisione, perché qui l’adesione a una fede religiosa deve essere dichiarata allo Stato, in quanto ad essa corrisponde un tributo destinato alla Chiesa. Più sono gli affiliati, più soldi incassa. E, come ci si può dichiarare cattolici, evangelici, musulmani (anche la religione islamica è riconosciuta da oltre cent’anni dallo Stato austriaco) o di un’altra fede, così ci si può “dimettere” e non pagare più il tributo.

Nel 2009 in Austria lo hanno fatto esattamente in 53.216, un numero che supera del 30% quello dell’anno prima e che rappresenta il massimo storico delle uscite dalla Chiesa cattolica austriaca. Certo, il numero dei fedeli – magari poco praticanti, ma che comunque hanno scelto liberamente di aderire e di contribuire – resta elevato: 5,53 milioni, su una popolazione complessiva di 8,3 milioni di abitanti. Ma l’esodo dello scorso anno corrisponde quasi all’1 per cento, un ritmo che allarma le gerarchie ecclesiastiche. E, poiché il dato sul calo dei cattolici risulta dalla differenza tra quanti se ne sono andati e quanti invece sono entrati, senza i secondi il fenomeno sarebbe ancor più drammatico. Chi siano i secondi è facile immaginarlo: sono gli immigrati, che per tradizioni e culture importate dai Paesi di provenienza approdano in Austria con una sensibilità religiosa differente e con famiglie piene di figli. Sono loro a correggere la linea discendente del diagramma.

Per la Chiesa austriaca l’esodo così massiccio non costituisce soltanto una preoccupazione sul piano morale e pastorale, ma ha anche risvolti finanziari. Significa una perdita di contributi pubblici per quasi 5 milioni, circa l’1,5% dei 350 milioni che riceve annualmente dallo Stato. Da ciò l’interesse delle varie diocesi a capire le ragioni del fenomeno e i tentativi di contrastarlo con tutti i mezzi possibili. Primo fra tutti l’opera di convincimento. Nei primi tre mesi dalla “disdetta” la persona che ha abbandonato la Chiesa ha la possibilità di ripensarci e di tornare sui propri passi. Per questo in tutte le diocesi si utilizza questo tempo avvicinando una ad una tutte le pecorelle smarrite.

Il dato statistico sulla variazione numerica dei cattolici è stato reso noto ieri e per la Chiesa cattolica questo appuntamento annuale ha quasi il valore di una pagella sul suo operato. Conosciuto il voto, ci si interroga sulle ragioni. La prima è quella già indicata della secolarizzazione, cui si aggiunge ora la crisi economica: per chi ha perso il lavoro evitare di pagare il tributo alla Chiesa diventa quasi una necessità.

Ma vi sono anche altre ragioni specifiche che la Chiesta austriaca non sottace. Due in particolare: la remissione della scomunica da parte di papa Benedetto XVI nei confronti del vescovo britannico lefebriano Richard Williamson, negazionista dell’Olocausto, e la nomina a vescovo ausiliare di Linz dell’ultrareazionario Gerhard Wagner, noto per non volere bambine sull’altare a servire la messa e per aver definito l’omosessualità “un male curabile”. Scelte che hanno suscitato in Austria un’ondata di sdegno e che la Chiesa cercherà di non ripetere.

Nella foto, il duomo di Santo Stefano nel cuore di Vienna.

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