Martedì 19 Maggio 2026

Il terremoto in Friuli di cinquant’anni fa ha lasciato ricordi indelebili anche in Austria, che fu tra i primi Paesi ad accorrere in soccorso dei comuni colpiti. Dalle iniziative spontanee di molti privati (ci viene in mente, tra le tante, quella di un fornaio carinziano che già nella notte chiamò al lavoro tutti i suoi dipendenti, per poter fornire la mattina dopo pane fresco ai sopravvissuti) a quelle “istituzionali” della Caritas austriaca e dell’Esercito, i cui militari per la prima volta nella storia dell’Austria del dopoguerra attraversarono in uniforme il confine italiano, per prestare aiuto.

Oggi la Kleine Zeitung, quotidiano della Carinzia e della Stiria, ha dedicato sei pagine al ricordo di quel che accadde dopo il 6 maggio del 1976. La prime quattro, in particolare, ospitano un reportage di Stefan Winkler, sceso in Friuli per ascoltare la voce di testimoni di quelle tragiche giornate. Nel suo “viaggio” nei ricordi è stato accompagnato da Giacomina Pellizzari, giornalista del Messaggero Veneto, autrice di centinaia di articoli e anche di un libro sul terremoto friulano.

Dalle testimonianze raccolte emergono i fattori determinanti che hanno fatto del terremoto e della ricostruzione del Friuli un “modello di successo”, non sempre imitato nelle catastrofi successive, ma che in Italia, o almeno nel nord-est, conosciamo. Probabilmente non in Austria e in questo senso il reportage della Kleine Zeitung diventa importante.

In primo luogo sta la scelta dello Stato, per la prima volta, di delegare il compito della ricostruzione alla Regione, che a sua volta ha coinvolto i Comuni in questa grande responsabilità. Un secondo fattore è stata la scelta, fortemente voluta dalla popolazione, di ricostruire tutto, almeno là dov’era possibile, “com’era e dov’era”, opponendosi a soluzioni di radicale trasformazione, come quelle adottate in eventi sismici precedenti (Winkler non lo cita, ma il pensiero va al terremoto del Belice di 8 anni prima).

Un altro fattore del “modello Friuli” fu la scelta delle priorità, che Winkler – su suggerimento, supponiamo, di don Roberto Bertozzi, da lui intervistato – cita in lingua friulana: “Prime lis fabrichis, dopo lis cjasis, po lis glesiis”, per poi tradurlo subito anche in tedesco perché i suoi lettori possano capire (“prima le fabbriche, dopo le case e poi le chiese”). L’inviato della Kleine Zeitung cita le parole del sacerdote, oggi ottantenne: “La liturgia si può celebrare anche all’aperto. Il lavoro e un tetto sopra la testa avevano in questi tempi la precedenza imposta dalla necessità”.

Nel suo viaggio nel Friuli di cinquant’anni dopo Winkler ha imparato anche un’altra parola friulana: “Orcolat”. “È il mostro – spiega il giornalista ai suoi lettori austriaci – che, secondo la leggenda, vive nelle profondità della montagna e, ogniqualvolta sobbalza dal sonno, scuote la terra”. Dell’”Orcolat” parla anche Pellizzari, nelle ultime righe del reportage. La giornalista friulana ricorda che aveva 15 anni ed era “poco più di una bambina” quando quel mostro si risvegliò dal suo sonno e distrusse la casa dei suoi genitori, nel paesino di Preone. “Il terremoto ha cambiato la nostra vita – conclude – e noi tutti ne siamo in parte figli”.

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Il reportage di Stefan Winkler appare oggi nell’inserto domenicale della Kleine Zeitung, che si intitola Sonntag. Accanto al suo servizio compare anche un secondo articolo di Petra Lerchbaumer, che riferisce degli aiuti che dalla Carinzia e da tutta l’Austria giunsero allora al Friuli in macerie. Il titolo richiama un episodio particolare: gli scolari della scuola di Viktring, un quartiere di Klagenfurt, svuotarono i loro salvadanai, destinando 6.000 scellini (436 euro di oggi) alla Croce rossa, per gli aiuti al Friuli.

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